Ragione e sentimento

Cammino fra gli “indignati” spagnoli, sono venuta in questi giorni ad ascoltarli e a parlare con loro, e vedo un popolo: donne scese per strada in pantofole, genitori e figli, uomini di mezza età col vestito dell’ufficio, giovani e anziani. Una moltitudine, come se le case si fossero svuotate e riversate per strada: famiglie, ceto medio, intellettuali, operai, disoccupati di trent’anni che non hanno ancora avuto accesso al lavoro e di cinquanta che sono stati già mandati a casa. Ce l’hanno con le banche che non pagano mai pegno, con gli imprenditori europei che producono in Cina sottocosto e si arricchiscono vendendo poi le loro merci nei paesi dove hanno chiuso fabbriche e licenziato, col governo che non tutela chi ha deciso invece di garantire i diritti dei lavoratori locali ed è perciò fuori mercato, destinato a fallire.

Ce l’hanno con una classe politica che volta le spalle alla realtà e si preoccupa eternamente di tutelare se stessa, destra e sinistra, una classe politica che gioca al risiko delle alleanze come se fosse uno scacchiere privato, che scende a patti con le cricche sorda alla vita attorno, indifferente al disamore che si fa rivolta. Non si sentono rappresentati da nessuno, e sono milioni. Ho visto nascere in Italia, in questi tre anni, il principio di tutto questo. Ho visto farsi strada lentamente ma inesorabilmente il risveglio di un popolo che ha saputo evitare la trappola della violenza e che ha trasformato la rabbia sociale in pensiero, creatività, sorprendente ironia, efficace protesta. In risultati elettorali, alla fine. Gli operai sui tetti e sulle gru, le isole occupate da disoccupati, gli studenti coi loro libri al collo, i cittadini dell’Aquila con le carriole, le moltitudini di ragazzi in piazza per una giustizia giusta e per la lotta alla corruzione e all’illegalità, le serrate dei musei e dei teatri anche pubblici, il teatro Valle preso dai migliori fra i nostri attori che recitano Pasolini e Gadda, Carmelo Bene e Platone. Le donne, le donne. Un milione di donne in piazza in tutte le piazze del Paese, suore e missionarie, giovani immigrate e casalinghe consumate, destra e sinistra insieme perché ora basta, se non ora quando. (A Siena di nuovo questo fine settimana, e vedrete quanti torneranno a sorprendersi e a candidare per tre giorni donne alla guida dei partiti, del paese. Solo per tre giorni, però).

Ho visto il popolo della rete che non è un mondo di avatar, e questo mondo siamo noi, sono i nostri figli che scaricano i telegiornali di tutto il mondo, si scambiano i link e poi vanno a votare perché l’acqua resti pubblica e il nucleare non finisca in mano alle cricche. La rete che adesso vorrebbero imbavagliare perché hanno finalmente capito, cominciano a capire che mentre il piccolo dittatore parla dal suo balcone le persone in piazza Venezia parlano tra di loro e non lo ascoltano più. Assistiamo in queste ore, in queste settimane al principio del tramonto del balcone televisivo, è un’epoca che si chiude e un’altra, ancora da scrivere, che si apre. La credibilità della politica, oggi, si gioca tutta e solo sulla capacità di stare in quelle piazze, di ascoltare quelle voci e di dare risposte immediate, pertinenti e concrete alle richieste dei cittadini. Non promesse, risposte. Non annunci di perimetri entro i quali, forse, un giorno, dopo averne discusso, si troverà un accordo che non dispiaccia a nessuno di quelli che lo scrivono e che non turbi i loro equilibri né i loro personali progetti. Proposte chiare, da attuare rapidamente e con una certa dose di generosità altruista e di coraggio, anche a costo di perdere qualcosa del proprio in cambio di molto per tutti. Non basta più confrontarsi con lo sfacelo di una destra delittuosa e corrotta, al cospetto della Banda Bassotti al governo sono tutti benefattori e statisti. Non basta essere meglio, o meno peggio. Non basta andare contro, bisogna andare oltre.

Milioni di italiani non si sentono rappresentati dai loro rappresentanti, e non lo sono. Nessuno di noi può veramente scegliere a chi affidare la sua delega a scrivere leggi in suo nome, a governare il paese. Sono i partiti a decidere, a nominare in lista coloro che saranno eletti, a prescindere dalla volontà degli elettori che sono messi davanti alla scelta: sottoscrivere la decisione del partito o non farlo, e non votarlo. È un sistema che genera una classe politica fragile, che deve rispondere a chi le ha assegnato il posto e non a chi ha votato: al momento di fare una scelta, di esprimere un’opinione la disciplina di partito conterà sempre più della voce degli elettori perché è ai dirigenti e non ai cittadini che l’eletto deve il suo incarico. Questa fragilità è una formidabile corruttibilità potenziale. Questo governo non avrebbe i suoi venti voti di sopravvivenza se non avesse potuto comprarli offrendo in cambio poltrone, rielezioni sicure, seggi garantiti. Si è ammalato in modo irrimediabile il sistema della democrazia rappresentativa, quello per cui i nostri nonni hanno combattuto il fascismo e sono morti sulle montagne della Resistenza, hanno scritto una delle Costituzioni più belle del mondo, quello per cui i nostri genitori hanno dato le energie migliori affinché i diritti e le libertà fossero insieme ai doveri equamente distribuiti, a tutti garantiti nella stessa misura, uomini e donne, ricchi e poveri, sani e malati, italiani e stranieri senza distinzioni di età sesso e religione. Si è rotto – usurato, corrotto - il vincolo della rappresentanza.

La democrazia diretta, invece - nelle forme del referendum che da quindici anni in questo paese non raggiungeva il quorum, delle primarie che hanno scelto per la battaglia politica candidati in molti casi diversi da quelli espressi dai partiti maggiori e che sono stati in grado poi di vincere le elezioni, delle piazze - la democrazia diretta ha dato il la al cambiamento. Io non credo che i nostri dirigenti politici non lo capiscano. Credo piuttosto che ne abbiano paura. È la paura di non saper governare o di essere bocciati da questa nuova opinione pubblica che fa alzare loro il sopracciglio e pronunciare vecchie parole di condanna come demagogia, populismo, qualunquismo, primitiva antipolitica. Non è affatto antipolitica, come sappiamo bene noi che ogni volta eravamo lì a guardare negli occhi la protesta e ad ascoltare le parole - pacate, sensate - di chi chiede risposte che non ha. È politica nel senso più alto del termine, è il ritorno della responsabilità individuale che deve essere alla base delle scelte condivise.

Certo è evidente che la democrazia diretta non può essere, in quest’epoca, una forma di governo. È anche evidente che la funzione dei partiti è essenziale, ma che è una parte del tutto. Ai partiti spetta il compito di ascoltare, guidare, organizzare, rispondere.Machi deve essere guidato e ascoltato ha voce propria, e spesso una propria sede: le realtà locali, le associazioni, i movimenti che si costituiscono su un tema, le categorie sociali si sono mostrate in grado di rappresentarsi da sole. Serve un passo avanti - appunto: oltre – che sappia tenere insieme queste voci e questi strumenti, che sappia dare alla democrazia rappresentativa un abito nuovo e adatto al corpo del Paese. Serve adesso, non quando converrà ad alcuni. È già molto tardi. La generazione anni Cinquanta che ci governa non vuole e non sa comprendere. Compito della politica non è solo gestire il presente è soprattutto pensare il futuro. Tra pochi anni avremo una generazione di mezzo che dovrà farsi carico dei vecchi e dei bambini, qualcuno ci sta pensando? Già domani nessuno sarà più in grado di controllare il flusso delle informazioni, non basteranno cento Minzolini.

Sarà necessario, piuttosto, qualcuno che sappia dare un senso, selezionare, ordinare in modo credibile una enorme massa di notizie. Serviranno nonni per i nipoti. Bisognerà coniugare l’esperienza alla forza, la memoria all’impeto. Bisognerà essere svelti e capaci, generosi e coraggiosi, ciascuno per la parte che può. Lasciare l’orribile lento esercito dei cauti, ripristinare la legalità e le regole, premiare la capacità, sconfiggere la corruzione e la supremazia del denaro. Il danno maggiore del berlusconismo è stato culturale, non politico. L’annientamento delle intelligenze, la corruzione delle coscienze.Un programma chi ha memoria sa da quanto lontano venga, da quale gorgo torbido: è risultato efficace, si è esteso ben oltre i confini di una sola forza politica. Tre anni fa, arrivando in questo che è molto più che un giornale, mi ero ripromessa di farne il nostro posto. Un luogo aperto e libero, capace di ascoltare le voci del presente e di dare forza e spazio ad una grande varietà di energie: quelle di coloro che, spesso silenziosamente e fuori dal cono di luce delle tv, mandano avanti il Paese.

Siamo andati, materialmente, ad ascoltarli con la redazione mobile. Abbiamo chiesto per mesi e mesi alle donne italiane di farsi sentire, le abbiamo finalmente sentite. Abbiamo spronato i sindacati nei giorni difficili dei referendum operai e abbiamo sostenuto gli studenti nella loro lotta per una scuola ricca e matura, abbiamo combattuto per la salute e per l’ambiente, aderito fin dal primo momento ai referendum, raccolto firme a centinaia di migliaia contro le censure, denunciato in ogni forma la corruzione, raccontato come le politiche della paura siano nemiche dell’integrazione e come la realtà dei “nuovi mille”, invece, degli italiani che fanno l’Italia sia ancora una volta molto oltre l’orizzonte di chi li rappresenta. Abbiamo denunciato la volgarità greve e gli interessi della destra e invitato la sinistra migliore a marciare compatta, che l’avversario non è in questa ma nell’altra metà campo. Abbiamo creduto nel web prima e più di molti altri facendo crescere lì la nostra forza senza dimenticare il valore di quelli che ancora sono gli strumenti tradizionali di informazione, la conoscenza essendo alla base della coscienza.

Ci siamo scontrati anche con molte difficoltà. Legislative e di sistema, economiche e politiche, logiche che contrappongono generazioni e talenti, che antepongono le legittime tutele agli indispensabili meriti. Abbiamo combattuto contro un mondo in via di estinzione che tarderà ancora un poco, temo, ad estinguersi e resisterà finché può. Abbiamo cercato di coniugare ragione e sentimento, perché la sola ragione non basta a cambiare le cose ed è solo quando la deprecata onda emotiva entra in contatto con il senso razionale delle cose che si producono i cambiamenti profondi. Almeno questo, negli ultimi vent’anni, dovremmo averlo imparato. Credo che il nostro posto, oggi, il mio posto almeno sia in un luogo ancora più vicino alla realtà che cambia. Nel web, certamente, dove sempre ci troveremo. Per strada, soprattutto: ad osservare ascoltare e provare ad interpretare l’Italia com’è. Credo che ciascuno debba fare la sua parte: c’è molto bisogno di realtà e sovrabbondanza di opinioni, mi pare, c’è bisogno di dare voce a quello che cambia. A volte mutano le condizioni, capita che manchino gli interlocutori, la giusta sintonia, i mezzi necessari a proseguire un cammino. Non per questo la battaglia si interrompe, al contrario. Davanti a una missione compiuta, qual è quella che abbiamo alle spalle, non possiamo che rallegrarci e guardare al futuro. Non abbiamo ancora finito di combattere, abbiamo appena cominciato.

A Claudio Sardo, che prende il testimone, auguro di guidare il giornale risanato verso sempre più ampi orizzonti. Ringrazio l’editore della libertà con cui ci ha consentito di lavorare in questi anni. Senza coloro che, nella redazione, hanno condiviso sostenuto e con straordinaria capacità realizzato questo progetto in condizioni spesso difficilissime nulla di quel che abbiamo fatto sarebbe stato possibile. Lavorare con voi è stato un privilegio. Alle centinaia di migliaia di lettori, ai 150mila attivissimi sostenitori di Facebook, ai milioni di lettori del nostro sito internet - a tutti coloro che ci hanno accompagnato nelle battaglie di questi anni in forma attiva - semplicemente dico grazie, anche per la parole di questi giorni. Abbiamo nelle mani ciascuno il capo di un filo che resiste alle intemperie, perdersi non sarà proprio possibile.
7 luglio 2011